Tema: Davvero quest’uomo era figlio di Dio
Canto iniziale: Al di sopra di ogni altro nome
Mc 15,33-39
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Commento
Contempliamo Gesù crocifisso dal punto di vista del centurione romano, che vede un uomo nudo, martoriato e morto dopo aver urlato a gran voce.
Che cosa poteva significare “figlio di Dio” per il centurione? In Luca 23,47 un centurione riconosce Gesù come giusto. È un’espressione più vicina alla realtà dei fatti, che richiama il titolo romano Divi filius, riferito all’imperatore.
L’espressione “Figlio di Dio” rappresenta il vertice del Vangelo di Marco, che inizia così: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Il centurione è l’unico che in tutto Vangelo ha visto bene chi è Gesù, eppure non doveva avere un cuore tenero, doveva essere allenato alla guerra, doveva avere una lunga esperienza con condannati a morte, era un pagano e, in quanto straniero, faceva fatica a districarsi nel mondo palestinese del tempo di Gesù.
La frase appare strana sulla bocca del centurione, ma possiamo intuire che cosa abbia visto: un uomo condannato a morte che non si dispera, non sbraita, non bestemmia, non condanna i carnefici.
Il Crocifisso continua ad amare e a donare misericordia e perdono. Dunque, la cosa diversa che il centurione vede è l’amore: Gesù non è fermato da nulla, neppure dalla sofferenza del proprio corpo, dall’abbandono dei propri amici, dall’ingiustizia e dall’umiliazione. Un amore così, che si abbandona tutto al Padre, appartiene a Dio.
Perciò possiamo intendere il centurione come il simbolo di un’umanità che guarda al Crocifisso con la speranza di cambiare il mondo, che si accorge che il Figlio di Dio può essere riconosciuto solo in quello scarto d’uomo. Così anche noi possiamo riconoscere il Figlio di Dio nei momenti pieni di sofferenza e nei momenti tragici.
L’espressione “Figlio di Dio” ricorre altre tre volte nel Vangelo di Marco
- 1,1 Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio
- 3,11: Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!».
- 14,61 Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?».
In questo percorso l’evangelista ci conduce attraverso il riconoscimento dell’umanità piena di Gesù, per aiutarci a riconoscerlo come Figlio di Dio senza fraintendimenti e mistificazioni.
La maturità della fede sta nel riconoscere Gesù come Figlio di Dio nel momento in cui lo vediamo morire per noi sulla croce. Siamo dunque invitati a non correre al momento della risurrezione, ma a fare come il centurione. In questo senso la risurrezione non è la smentita della morte, ma è già presente nella morte di Gesù che ama fino alla fine. Credere, allora, non consiste nel verificare ciò che ci aspettiamo di vedere, ma nell’anticipare qualcosa che sembra impossibile.