Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Agosto 2010

Il 16 agosto 2010 la Comunità della Casa si è ritrovata per l’appuntamento annuale del camposcuola a Chiaromonte, sulla diga del Sinni, in Basilicata. È stato, quello trascorso, un anno difficile, in cui è apparsa “allo sbando”, sommersa dalle attività, impegnata su diversi fronti, ma quasi svuotata della sua stessa identità, smarrita e in crisi di relazioni. Il Campo si presenta così, per ciascuno dei membri, come una resa dei conti, come la necessità di rifare centro sulle scelte o di ripensarsi ciascuno in modi e luoghi nuovi, diversi.

Non era la prima volta per la Comunità, altre crisi avevano attraversato la sua storia; ora di nuovo, come agli inizi ma con la maturità di oggi, “si tratta di riconoscere il male, prenderne coscienza e chiedere al Signore di liberarcene, intraprendendo un cammino di conversione che centri su di sé l’attenzione, sul proprio modo di guardare le cose, di agire sulle cose, di pensare e volere le cose così infarcito di attenzione al proprio ego.” (Regola della Comunità della Casa, 11).

La morte sembrava incombere inesorabile sulla Comunità e invece, inattesa e mai immaginata, la possibilità di una resurrezione: l’offerta di una Regola, la Speranza che si fa vita e apre le porte ad una realtà tutta nuova, possibile per tutti, la sua promessa di una vita in questa storia, anche trafitta dalle ferite, ma umana, piena e felice (cfr Reg. 35-39).

Il 23 agosto 2010 è nata, su questa Regola, la nuova Comunità della Casa ricca di 72 fratelli, una sede a Lecce, una a Santeramo in Colle (Ba), una – in fase di costruzione – a Bari.

La crescita dei membri all’oratorio

La preistoria era cominciata molto tempo prima, all’Oratorio salesiano di Lecce, dove dal 1977 e fino al 1988 gli “anziani” di oggi, allora adolescenti e giovani, avevano cominciato un cammino di scoperta e di progressiva adesione a Don Bosco Padre, Maestro e Amico prima, poi, via via che le scelte si facevano per ciascuno più concrete e definitive, a Gesù Cristo, servito nei piccoli con entusiasmo, gioia, sacrificio e appassionata dedizione. All’Oratorio è stata sperimentata la vita di gruppo, palestra di crescita umana e cristiana, l’Amicizia intesa quale realtà insostituibile nella vita, occasione di confronto e di condivisione, l’Animazione, possibilità di promozione della vita propria e dei ragazzi, occasione di un impegno costante e coinvolgente, capace di cambiare la vita e di orientarla al servizio verso i piccoli.

Abitare la città come associazione

Nel 1988 una svolta decisiva: si conclude, nell’anno centenario della morte di Don Bosco, l’esperienza oratoriana per 42 di quei giovani. Uscire dall’oratorio non è stata precisamente una scelta, piuttosto una necessità, determinata da decisioni di altri che ha catapultato tutti in contesti nuovi neppure immaginati. Dopo un iniziale disorientamento, l’apertura alla città è sembrata lo sbocco naturale di una vita in compagnia del Signore che sempre più chiaramente si declinava nel servizio ai piccoli, nelle forme di volta in volta intraviste come possibili. Le Associazioni salesiane del CGS Fantàsia e della PGS Mahereza, in cui negli anni gli animatori si erano formati, sono state il “veicolo” che ha permesso di attraversare le vie della città, di abitare le piazze delle periferie, di penetrare nei cortili e nelle sale parrocchiali, strumento straordinario per incontrare ragazzi, i più poveri, quelli soli e abbandonati, quelli che neppure passavano dalle parrocchie.

Il rapporto con la Chiesa

Già, le parrocchie. Non sempre è stato facile il rapporto con la Chiesa, più facile quello con le istituzioni civili. Accanto a uomini di Chiesa illuminati, aperti, padri per quei giovani – don Matteo Martinelli, don Edoardo Caroppo, Mons. Mincuzzi, don Marcello De Sario, don Benedetto Bisconti - altri meno disponibili, più legati forse alle forme dell’istituzione, più “gerarchici” nell’organizzazione del lavoro e della missione, che hanno reso più difficile il cammino, hanno posto ostacoli e veti. È stata un’esperienza faticosa, a tratti dolorosa ma utile, perché ha consentito una verifica della fedeltà e la scelta di un’appartenenza più profonda ma meno “vincolante” nelle forme e nei modi. Era nata intanto, dalle ceneri delle due associazioni – insufficienti ormai a rispondere alle esigenze spirituali e di solidarietà del gruppo – l’Associazione di Volontariato Casa (Comunità degli Animatori Salesiani, secondo la definizione di don Gianni De Robertis) che, grazie all’inserimento nel mondo del Volontariato e delle strutture civili, ha permesso ai soci da una parte di continuare a lavorare per i piccoli nelle forme e nei luoghi più diversi (Volare Alto, Fantaroa, Giochi in Colle, ospedale, periferie, cortili, strade chiuse …), dall’altra di acquisire un’identità più chiara e maggiore libertà di azione. Così si è fatto più chiaro anche il rapporto con la Chiesa, reso manifesto dalla collaborazioni con diocesi e parrocchie della Puglia (Ugento, Otranto, Bari-Bitonto, Molfetta, Taranto, Castellaneta, Nardò-Gallipoli…) e con la pastorale Giovanile della diocesi di Lecce in qualità di formatori di operatori ecclesiali. Lentamente, operando con onestà e chiarezza di intenti, è maturato un rapporto di stima anche con l’Arcivescovo di Lecce, Mons. C. F. Ruppi, mentre sul fronte interno è iniziato un cammino dei Soci dell’Associazione volto a definire un’appartenenza alla Chiesa sempre più consapevole e responsabile, propria di cristiani adulti e impegnati nella costruzione del Regno.

Il cambiare casa

La casa, nomen omen… fin dal primo momento nel lontano 1988, questo è stato il nome che ha designato il luogo dell’incontro e del lavoro comune. La Casa, dalle prime, a Lecce, in via Coppola, vecchia e disabitata da anni, invasa dalle erbacce, faticosamente ripulita e arredata con mobili di fortuna ma per tutti luogo speciale e da curare, perché offerta generosa e gratuita, e in via Marea, a Santeramo, piantata nel tufo della Murgia, quando anche lì è stata vissuta la stessa esperienza di esclusione e chiusura; alle attuali sedi della Comunità, moderne, ariose, attrezzate, l’una sorprendentemente ricevuta in dono, l’altra acquistata a prezzo di fatica e sacrifici di tutti i soci, sono stati punti di riferimento essenziali, mai nido caldo, piuttosto luogo dell’accoglienza e trampolino di lancio verso i giovani, i ragazzi, i piccoli, luoghi scomodi della ricerca e della verifica, luoghi del confronto, dell’impegno e della festa.

Allargare la Casa

Molti sono passati dalla Casa: alcuni sono rimasti, pian piano sono entrati a far parte della Comunità, altri hanno mantenuto rapporti amichevoli pur vivendo altrove, tanti sono stati compagni di viaggio per un po’, hanno condiviso esperienze e tempi della vita, poi sono andati oltre. Per una via misteriosa, il 5 settembre 1999, dopo un discernimento profondamente sentito da tutti i soci, la Comunità della Casa si è allargata in modo significativo e stabile. Sono entrati a farne parte integrante i membri di un’altra Comunità che, per disegni misteriosi dello Spirito, si era formata all’Oratorio salesiano di Santeramo in Colle e si era trovata a percorrere una strada molto simile, dentro e fuori dall’Oratorio. La Casa si è fatta di necessità più grande, ciascuno si è tirato un po’ più indietro per fare spazio all’altro; tutti ora più lentamente ora speditamente, hanno sperimentato la fatica e la gioia del dono offerto, ricevuto, condiviso, tutti si sono incontrati nel nome di Gesù Cristo. Oggi sono 72 i membri della Comunità che, a Lecce come a Santeramo, nel lungo volgere degli anni, insieme, hanno imparato ad aprire le porte ai giovani, i piccoli, a quanti sono alla ricerca di se stessi, pronti ad offrire amicizia, sostegno, compagnia nel cammino verso il Signore.

Sempre accanto ai piccoli

I piccoli: all’inizio erano “i ragazzi”, chiunque fossero, dovunque vivessero, purché “poveri e abbandonati”, accolti all’oratorio o nelle parrocchie, cercati ovunque ci fossero poche risorse, spazi aperti, o un ciuffo d’erba sull’asfalto di un campetto di periferia. Italiani, extra comunitari o rom, purché fossero ragazzi. Il modello sempre Don Bosco, il desiderio, quello di offrire a tutti un’opportunità, un di più di vita, accoglienza e disponibilità da far passare magari in quell’unico “angolo di accesso al bene” per aiutarli a diventare grandi. Poi, pian piano la realtà è cambiata, le piazze si sono svuotate, è stato sempre più difficile trovare i ragazzi per strada, è finita anche la collaborazione con le parrocchie. Allora – in modi e tempi non previsti - ancora una svolta: sono arrivati in Comunità adolescenti diversi, diversamente bisognosi di cure e attenzioni, diversamente sensibili, diversamente abili. Sono loro oggi i piccoli da incontrare, sostenere, aiutare, quelli verso cui orientare l’azione, quelli con cui condividere la vita. “Sono i diversamente abili, quelli con diverse abilità della mente, quelli che come noi desiderano una vita felice insieme agli altri, ma - come noi - non sono capaci di essere autosufficienti nel vivere la loro vita e per questo accettano di essere amati, amano e sollecitano in noi l’utopia della generosità, ci spingono ad immaginare un futuro diverso, a donare un volto alla speranza. Sono loro che ci insegnano a diventare più uomini.” (Regola della Comunità della Casa, 140). E poi i giovani, quelli che vivono ai bordi della bellezza della loro stessa persona e - appena appena - la conoscono, la guardano, la toccano, perché temono di rimanere da soli, di diventare diversi dagli altri e per questo esclusi. Sono proprio loro che sollecitano in noi il sogno di un mondo nuovo, bello come il mattino di Pasqua.” (Regola della Comunità della Casa, 141); infine “quelli che hanno imboccato una complanare perché, in un momento della loro vita, una malattia, un disagio, una domanda o il bisogno di vedere e toccare la vita vera li ha confusi, li ha portati a rallentare il passo rispetto a quanti corrono sulle strade maestre del nostro occidente. Sono loro che rinnovano in noi il bisogno radicale dell’invocazione.” (Regola della Comunità della Casa, 142).

Adriana

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