Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Facciamo il punto

Canto iniziale: Piccolo cantico

Cantico dei Cantici 5,1-16

Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi d’amore.
Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore.
Un rumore! La voce del mio amato che bussa:
«Aprimi, sorella mia,
mia amica, mia colomba, mio tutto;
perché il mio capo è madido di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne».
«Mi sono tolta la veste;
come indossarla di nuovo?
Mi sono lavata i piedi;
come sporcarli di nuovo?».
L’amato mio ha introdotto la mano nella fessura
e le mie viscere fremettero per lui.
Mi sono alzata per aprire al mio amato
e le mie mani stillavano mirra;
fluiva mirra dalle mie dita
sulla maniglia del chiavistello.
Ho aperto allora all’amato mio,
ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso.
Io venni meno, per la sua scomparsa;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato,
l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.
Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città;
mi hanno percossa, mi hanno ferita,
mi hanno tolto il mantello
le guardie delle mura.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se trovate l’amato mio
che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore!
Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro,
tu che sei bellissima tra le donne?
Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro,
perché così ci scongiuri?
L’amato mio è bianco e vermiglio,
riconoscibile fra una miriade.
Il suo capo è oro, oro puro,
i suoi riccioli sono grappoli di palma,
neri come il corvo.
I suoi occhi sono come colombe
su ruscelli d’acqua;
i suoi denti si bagnano nel latte,
si posano sui bordi.
Le sue guance sono come aiuole di balsamo
dove crescono piante aromatiche,
le sue labbra sono gigli
che stillano fluida mirra.
Le sue mani sono anelli d’oro,
incastonati di gemme di Tarsis.
Il suo ventre è tutto d’avorio,
tempestato di zaffiri.
Le sue gambe, colonne di alabastro,
posate su basi d’oro puro.
Il suo aspetto è quello del Libano,
magnifico come i cedri.
Dolcezza è il suo palato;
egli è tutto delizie!
Questo è l’amato mio, questo l’amico mio,
o figlie di Gerusalemme.

Ognuno è invitato a leggere personalmente, possibilmente pronunciando le parole, a lasciare che la Parola lo tocchi nell'intimo e ad annotare impressioni e reazioni.

Commento

Se nel capitolo precedente c'era una mescolanza di sogni e realtà, qui si susseguono quattro scene differenti: le bellezze dell'amore, la turbolenza nel rapporto, la bellezza del corpo e le fatiche dell'amore che non finiscono mai.

L'uomo è molto contento, si sente sazio di tutto e racconta il suo amore.

La donna sta attraversando una notte buia, in cui l'incubo, a differenza dei precedenti, è reale.

L'amato è nel giardino, luogo abituale dell'incontro dei due, che richiama l'eden, e bussa. Ha addosso tutto il freddo della notte e si aspetta di trovare il calore della casa e del corpo della donna. La donna non apre subito, un po' perché è pigra, un po' perché vuole metterlo alla prova. Dentro di lei c'è la domanda di ogni donna: dietro il desiderio dell'uomo di fare sesso c'è amore vero?

All'esterno l'uomo non ha la forza di aspettare e va via con la domanda di ogni uomo: la donna sta esagerando? Che cosa vuole ancora? La crisi che i due attraversano si esprime nel fatto che le intenzioni e i tempi dell'uno e dell'altro non si accordano. In seconda battuta la donna si pente di avere indugiato e va in cerca dell'amato. Questa ricerca è senza frutto e la porta incontro alla violenza delle guardie.

L'intervento del coro, che con ironia chiede quale sia la bellezza particolare dell'uomo amato dalla donna, provoca in lei una risposta esagerata: per lei l'amato è unico e ne canta la bellezza, in particolare rispetto al corpo. L'assenza dell'amato porta la donna a una ricerca che le lascia dei segni, ma che alla fine si conclude nella gioia del ritrovamento, anche se l’incontro con l’amato non è ancora avvenuto. In tutto questo si avvertye il timore di perdere l'altro, un timore che non può essere cancellato da nessun abbraccio.

Nel rapporto tra uomo e donna c'è sempre il rischio di perdersi, perché la differenza è forte e la comunione non è mai perfetta; c'è sempre l'esigenza di purificare l'amore e ciò avviene attraversando le crisi. Sempre l'uomo e la donna si cercano e allo stesso tempo si fanno paura e si fanno del male.

La stessa cosa accade anche nel rapporto con Dio, dove, proprio per la profonda diversità, possono nascere dei conflitti. In queste relazioni tra persone così diverse entrano in gioco l'attrazione e la conflittualità: nell'attrazione si possono imparare quei tratti di umanità che sono propri dell'altro e nella paura si apprendono i rischi del perdersi reciprocamente. Attraversare quindi le crisi permette a ciascuno di crescere nella propria umanità, cioè nella propria capacità di amare.

Canto finale: Sposa mia

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