Tema: Chi ha visto me, ha visto il Padre
Canto iniziale: Il Servo di Jahvè
Gv 14,8-11
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse..
Commento
L'affermazione centrale di Gesù (Chi ha visto me, ha visto il Padre) è sconvolgente per Filippo, perché dice che l'insegnamento del Padre e il vedere il Padre sono cose diverse. Vedere il Padre significa vederlo faccia a faccia, conoscerlo con la coscienza piena di chi è di fronte all'altro.
Gesù non sta parlando del vedere il Padre con gli occhi, ma di una percezione che ha la forza dell'evidenza che trova espressione prima di tutto nella missione del Figlio, in ciò che Gesù ha fatto.
Gesù ci invita due volte a credere, ma se proprio non vogliamo credere, dice che l'unico criterio sono le opere che compie, perché sono opere del Padre; infatti con tutte le sue azioni Gesù comunica la vita e arricchisce la vita degli altri.
Noi possiamo avere molte idee su Dio, ma se non trovano riscontro nella vita di Gesù, sono solo frutto di quei riferimenti culturali che ci fanno avere un'idea falsa e incompleta di Dio. Gesù è testimone dell'amore del Padre che si fa servizio (cfr. la lavanda dei piedi) e Giuda, che pure lo aveva visto, non riesce a riconoscere Dio e preferisce seguire la sua logica.
Vediamo altre due logiche della nostra cultura occidentale che non ci permettono di vedere Dio:
- La logica della proprietà è quella in base alla quale la nostra cultura ci insegna a non fidarci della relazione interpersonale e della relazione tra gruppi. Questa logica ci giustifica nel valorizzare ciò che soddisfa le nostre esigenze e, attraverso il possesso della cultura e dei beni, ci porta a non avere bisogno degli altri. Il possesso diventa perciò una cosa sacra, la libertà totale, che in fin dei conti è il nostro arbitrio. Lo spirito di proprietà tende a occupare tutti gli spazi e a penetrare nelle relazioni affettive. Seguendo questa logica, si perde il legame etico e non esiste alcun legame affettivo che abbia valore più alto di quello che stiamo sentendo. Per questo siamo presi da un dovere irrinunciabile di difesa che ci porta a incrementare il più possibile quello che proviamo.
- La logica del sacrificio si fonda sulla mentalità comune per cui il sacrificio è il punto più alto della religiosità, della moralità e del patriottismo. Per i credenti poi il sacrificio più importante è quello per il Signore. Se ci ritroviamo in questa logica, possiamo dire di donare agli altri qualcosa di morto, mortificato. Se il dono è un sacrifico, questo implica sempre una vittima e così la logica della morte diventa il fondamento della vita. Le relazioni di Gesù sono basate sul dono: nella vita donata da lui non c'è nulla di morto o distrutto, ma sempre un atto di vita. Gesù condivide qualcosa ha e che in questo modo potrà vivere sempre di più. Nel dono autentico non c'è nessuna necessità superiore, ma chi ha donato è sempre più libero di prima.
Se noi costruiamo la nostra vita intrecciando un'identità esclusiva, il dominio, la proprietà e il sacrificio viviamo una vita radicata nella sfiducia. Il modo di donarsi di Gesù libera attraverso il credere e così al culto dell'identità separata sostituisce la comunione fraterna, alla potenza del dominio la libertà del servizio, alla proprietà delle cose e degli affetti la condivisione, al tristissimo sacrificio il dono amorevole. Se siamo disponibili a operare queste conversioni, potremo sentire veramente più vicino il Signore.