Tema: Non mi hai conosciuto?
Canto iniziale: En ho Logos
Gv 14,7-11
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
Commento
Questo cammino di preghiera si propone di condurci a una relazione con il Signore più vera e per questo ci chiede la disponibilità al cambiamento.
Tutti noi abbiamo a disposizione tre risorse:
1) La fiducia negli altri, in particolare in Maty che commenta la Parola del Signore
2) La fiducia nelle parole dei fratelli che ci raggiungono
3) La fiducia nella Parola del Signore.
Malgrado ciò, continuano a esserci delle resistenze nel rapporto con gli altri e con il Signore.
Vediamo l'esperienza di Filippo: all'inizio della sua relazione con il Signore non pone ostacoli, lo segue senza esitazione, eppure nel passaggio appena letto, si blocca. Che cosa si è perso di questi tre anni di vita condivisa con il Signore, tanto da fermarsi a questo punto?
Anche noi possiamo chiederci che cosa ci siamo persi per arrivare a fermarci nella relazione con il Signore: perché il nostro modo di amare ha tante zone d'ombra rispetto a quello del Signore? Filippo è condizionato dalla cultura in cui vive e che gli impedisce di fare una reale esperienza di Dio. La tradizione ebraica conosceva l'esistenza di sette cieli oltre i quali c'era Dio.
I rabbini inoltre calcolavano che tra un cielo e l'altro ci fosse una distanza di cinquecento anni di cammino. Pertanto era inaccessibile la distanza tra l'uomo e Dio, il totalmente altro. Questa cultura impedisce a Filippo di vedere in Gesù la manifestazione di Dio, non gli consente di comprendere la sua identità e di riconoscere che il Padre è in Gesù.
Dopo la lavanda dei piedi Filippo si aspetta ancora di vedere il Padre: forse ha in mente una manifestazione di Dio come le teofanie veterotestamentarie o come le visioni celesti dei profeti. Come Filippo, anche noi vorremmo vedere il Padre, cioè vedere Dio sensibilmente. Noi sentiamo la necessità di un'esperienza viva di Gesù, in cui i nostri sensi possano godere. Possiamo dire di aver chiaro dentro di noi il significato di Dio, ma vorremmo avere il senso di Dio e pensiamo che questo ci aiuterebbe ad amare come Lui.
L'esperienza del "sentire" il Signore ha come conseguenza una giusta apertura verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo e permette di esercitare la propria libertà, quella cioè di essere sempre pronti a cambiare la propria vita, per amare fino in fondo come il Signore. Questo significa aprirci a una logica inedita, diversa da quella in cui siamo immersi fin dalla nascita. È un'esperienza che non si può fare da soli, ma all'interno della comunità dei credenti. La cultura occidentale, che è il nostro codice genetico, si fonda su quattro pilastri.
Vediamo i primi due:
1) Il principio di identità, per cui ogni cosa è ciò che è, ha cioè un'identità, a prescindere dal contesto in cui può trovarsi. Questo modo di identificare cose, persone e situazioni si fonda sull'estromissione di ogni traccia di alterità. In altri termini, noi riconosciamo che ci sono relazioni vitali per noi ma, allo stesso tempo, le riteniamo secondarie e contingenti rispetto alla nostra identità. Per questo motivo ogni identità tende culturalmente a contrapporsi alle altre.
2) La logica della potenza, per cui potenza non è ricevere, ma dare, non è la capacità di accogliere, di dare la vita e prendersene cura. Nella nostra cultura queste facoltà sono riconosciute, ma demandate alle donne, perché intese come secondarie, perché potenza è esercizio del dominio per mezzo della vittoria.
Rispetto a questi due pilastri siamo chiamati a convertirci, a cambiare mentalità, altrimenti gli impegni che ci assumiamo sono solo l'occasione per esprimere la nostra potenza.