Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Generare vita

Canto iniziale: Vertigine

Rt 4,14-22

E le donne dicevano a Noemi: «Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli». Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: «È nato un figlio a Noemi!». E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide. Questa è la discendenza di Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadàb, Amminadàb generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide.

Commento

Nell’epilogo della storia ricompare il coro della donne, che si rivolge a Noemi.  Allo stesso tempo Rut scompare per lasciare spazio alla gioia di Noemi e il finale del libro si riconnette con l’inizio, quando c’era grande sconforto e Noemi si era data il nome di Mara.

Rut lascia che il figlio sia in mano alla suocera e in questo modo le fa un grande dono, che consente a Noemi di essere nella gioia: il figlio riscatta Noemi dalla morte, dalla tristezza e viene presentato come figura del Salvatore. È il dono di Dio che consola come ha fatto Gesù nella sua parabola terrena.

Rut condivide il dono che ha ricevuto perché pratica l’amore con la stessa gratuità di Dio. La sua esperienza rappresenta un invito alla conversione del nostro modo di amare, cioè ad ampliare il nostro amore, aprendolo a tanti.

Grazie all’esperienza della maternità, Rut può ampliare il proprio cuore, e lo fa attraverso la lotta contro la ristrettezza dei propri sentimenti. Nel concreto non sente il figlio come una cosa propria, ma lo lascia nelle mani degli altri, mettendo da parte il proprio modo di amare e superando la paura di perderlo. In questo modo, dilatando il proprio cuore, Rut vede che anche gli altri amano il figlio.

Nell’esperienza di Noemi possiamo contemplare Dio che consola e salva e osservare come la consolazione e la salvezza vengano da lontano e da dove meno ce le si aspetti.

Noemi ha vissuto fino in fondo tutte le esperienze: nel consenso che ha dato al dolore non lo ha negato e non lo ha scacciato; ha accettato che Rut la seguisse, quando aveva deciso di tornare in patria; è stata disponibile a lasciarsi inondare dalla ventata di vita nuova. Noemi dice di sì al dolore, alla sofferenza e alla gioia e si apre continuamente.

Tutto questo fa dire che Noemi è diventata madre grazia all’apertura all’amore ricevuto.

In tutta la storia Rut è stata capace di amare perché ha accettato di pagare il prezzo dell’amore e proprio adesso paga il prezzo più alto, affidando il figlio alle braccia della suocera.

In questo modo rianima la vita della nonna e continua ad amare anche quando è difficile: la mortificazione fa parte dell’amore, che chiede di rinunciare a sé per amore degli altri.

Un’apertura come quella di Rut e un amore così coraggioso sono possibili quando si fa esperienza di Dio che può cambiare tutto.

A partire dalla propria esperienza, Rut comunica al bambino il primo insegnamento che ha imparato e che consiste nel non appartenersi, cioè nell’essere dono per gli altri.

In questo modo Rut vive fino in fondo la propria maternità umana e divina, perché somiglia a Dio che è anche madre. I tratti divini della sua maternità stanno nel fatto che non si fa guidare solo dall’istino, ma da qualcosa che la trascende, così come ha fatto Maria.

Anche Booz non trattiene nulla per sé e cede a Noemi il privilegio di dare il nome al proprio figlio. Il nome scelto non è quello dei figli morti e non è quindi legato al passato, è invece un segno di futuro: Obed significa “servo”: in questo modo richiama l’esperienza dei genitori e allo stesso tempo presenta l’essere servo come un tratto che apre alla generazione del Messia Re, del Figlio che, da Dio, si è fatto servo degli uomini.

Si apre in questo modo la discendenza Davide, nella quale mancano i nomi degli uomini fuggiti da Betlemme, al settimo posto c’è Booz e al decimo Davide. Si tratta di numeri che hanno un significato simbolico per esprimere la vittoria su ogni forma di morte anche quella presente nella Torah.

Davide viene introdotto come colui in cui risplende il meglio dell’umanità, che supera il peccato e il limite. L’esperienza di Davide ci mostra che Dio non guarda se siamo senza peccato o se siamo amanti, ma risveglia e custodisce la coscienza di essere amati.

Davide è cosciente di essere piccolo e peccatore di fronte a Dio, ma allo stesso tempo ha salda in sé la coscienza di essere amato dal Signore.

Tutta la vicenda di Noemi e Rut fa vedere come ogni storia di carestia e di egocentrismo può trasformarsi, a patto che ci sia qualcuno che accetti di lasciarsi coinvolgere e di rischiare la propria vita. Paradossalmente Rut, la straniera, raddrizza la storia storta di una famiglia di Betlemme e porterà nuova luce nella vita del popolo di Israele.

Canto iniziale: Preghiera semplice

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