Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Tempo di carestia

Canto iniziale: Preghiera dell’animatore

Rt 1,1-5

Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. Quest’uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.

Commento

La storia narrata nel Libro di Rut è subito collocata in un contesto storico non ben definito dal punto di vista cronologico (il tempo dei giudici è durato 200 anni), ma ben caratterizzato dalle molte instabilità e infedeltà da parte del popolo d Israele.

È importante ricordare i significati dei nomi presenti nel passo: Betlemme “casa del pane”; Moab “terra abitata dal popolo abile nell’arte di arrangiarsi”, nato dall’incesto da una delle figlie di Lot: per gli Israeliti non bisognava avere alcuna relazione con gli abitanti di Moab; Elimèlec “Dio sarà il mio” re “oppure a me la regalità di Dio”; Noemi: “dolcezza mia”; Maclon “languore”; Chilion “consunzione”; Orpa “colei che volge le spalle”; Rut “colei che sazia l’amica”.

Elimèlec sta affrontando una grave carestia e, quando si soffre situazioni simili, accade che in un modo misterioso cambi la percezione della realtà: non si vedono i doni che arricchiscono la vita e la terra dove scorre latte e miele appare sterile. Quando si perde il senso del dono, viene meno il legame con Dio e con gli altri e si cerca la felicità altrove.

Anche noi ci troviamo a fare i conti con delle carestie: nella relazione di coppia, nella comunità, nelle relazioni per cui ci si è spesi, nella salute che vacilla, nel lavoro che non ripaga… e succede anche che i luoghi sicuri, che pure ci hanno fatto sentire pieni, possono diventare sterili e trasformarsi in luoghi di una tremenda carestia.

La carestia spinge Elimèlec a partire, quasi per ossimoro, proprio dalla casa del pane, cioè dalla terra delle promesse. Sta attraversando un momento di scoramento: gli manca la speranza non tanto del pane, quanto della vita, e non vede nessun segno positivo.

Spinto dall’idea di sopravvivere, più che di vivere, preoccupato egoisticamente dei propri problemi, si reca a Moab, dove la Torah vietava di andare. La stessa cosa può accadere anche a noi, quando esprimiamo idee, parole infelici, violenze contro i fratelli per salvaguardare la nostra vita.

Elimèlec, che pure porta nel nome l’idea della regalità, pensa solo alla sopravvivenza, non si accorge degli altri, non si fa carico del destino di nessun altro, è incapace di un atteggiamento ideale e di accorgersi di chi è accanto a lui.

Anche noi possiamo trovarci in una situazione simile: in tempo di pandemia pensiamo a ridurre i contatti con i fratelli, dimenticando il legame che ci unisce a loro e la promessa che ci accomuna; oppure facciamo i conti con il partner che non ci sazia e per questo motivo deviamo per la strada dell’autonomia e poco pensiamo alla fame dell’altro.

Elimèlec porta con sé l’idea del re, sua moglie quella della dolcezza. Nella loro coppia sono presenti le premesse di una vita insieme meravigliosa e invece ai loro figli danno due nomi segnati dalla morte. C’è qualcosa nel loro stile di vita che non funziona: è una famiglia benedetta nei due figli maschi, che manca però di qualcosa di essenziale.

Come Elimèlec, che, pur ricevendo grandi doni, si sottrae alla responsabilità nei confronti di chi gli sta intorno, così anche noi possiamo ricevere grandi doni, ma se non li spendiamo per gli altri, porteranno morte.

Elimèlec volta le spalle al luogo di benedizione, ha perso il senso della vita e ha chiare solo le sue esigenze. La schiavitù che si prospetta a Moab può però farlo ritornare in se stesso e rivedere l’assoluto.

Elimèlec, morendo in terra straniera, lascia la famiglia in condizioni più precarie, e anche i due figli, che sono come il padre e pensano solo alla propria esistenza, prendendo moglie a Moab, contravvenendo così alla Torah. La loro morte appare totale, perché non hanno neppure figli.

Canto finale: Umana libertà

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