Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Siano perfetti nell’unità

Canto iniziale: Un amore nuovo

Gn 11,1-9

Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Commento

È il brano che si oppone alla Pentecoste e ci può far riflettere sul dono dell’unità da parte di Dio.

L’episodio si colloca dopo il diluvio, dopo la fondazione di una città da parte del re di Babilonia e dopo che gli uomini hanno popolato tutta la terra.

L’espressione “unica lingua” si ritrova nei documenti dell’impero assiro per indicare che il popolo è unito e veniva usata nei formulari di propaganda imperiale per convincere il popolo a non ribellarsi.

Il narratore, che con il riferimento ai mattoni richiama la schiavitù egiziana, sta parlando di un popolo che sceglie di essere schiavo del lavoro e delle proprie capacità. La torre, che gli uomini intendono costruire, doveva essere così alta da rappresentare un punto di riferimento per chi si fosse allontanato e volesse ritornare.

Il nome che gli uomini vogliono darsi rappresenta la forma dell’immortalità, cioè il desiderio di non essere dimenticati, che è in ogni uomo e che generalmente è affidato alla conquista di territori o alle opere grandiose.

È importante notare che in questo episodio Dio non punisce ma cerca di prevenire il peggio. Dio vede in pericolo il proprio progetto dell’amore, che è già passato dalla cacciata dall’Eden e dal diluvio. Per questo motivo interviene con un atto di potenza e prende provvedimenti sulla lingua degli uomini. Confondendo le lingue, provoca la dispersione degli uomini e blocca per sempre il loro lavoro.

Babele è il segno del fallimento degli uomini che non riconoscono i propri limiti, fanno tutti le stesse cose e, perdipiù, senza avere un fine chiaro.

Il tema di fondo dell’episodio è la tensione all’unità, che in realtà sta nel cuore dell’uomo e può portare all’omologazione e all’esclusione della diversità. L’unità però è solo apparente, perché non c’è distinzione e mancano interlocutori diversi. Nel concreto l’impegno rende gli uomini schiavi, perché hanno paura: sono deboli e cercano di evitare l’esposizione al rischio, che viene dalla libertà.

Guidati da queste paure, gli uomini si uniscono agli altri solo per essere rassicurati e costruiscono un’unità lontana da quella che Dio aveva in mente. Questi uomini non stanno riempiendo la terra sentendosi parte della terra, ma sono rivolti verso sé stessi. In altri termini si stanno ritirando dal progetto di Dio, perché promuovono non la differenza ma l’uniformità, non l’espansione, ma la concentrazione nella città.

In questo episodio vediamo che Dio crea separando, perché l’unità costruita dall’uomo non produce armonia, mentre Dio immagina l’armonia delle diversità, che nasce grazie alla creazione e alla cura dei legami nel rispetto delle differenze.

Dio aiuta gli uomini perché rimangano umani, perché custodiscano l’alterità, che porta all’unità e alla conoscenza reciproca. Dio disperde per ostacolare un processo di morte, accentua e consacra le differenze per tutelare un noi vero.

Accogliersi, accettarsi, custodire le differenze: sono questi i modi con cui Dio apre la porta agli incontri reali, in cui ciò che abbiamo davanti è la particolarità degli altri diversi da noi.

Canto finale: In mezzo a noi

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