Tema: Giubileo, un corno
Canto iniziale: Il sicomoro
Lc 4,16-29
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Commento
Gesù si trova nella sinagoga e legge il testo di Isaia (61,1-2) previsto per quel giorno, omettendo però la parte finale (un giorno di vendetta per il nostro Dio).
Tutti i presenti hanno gli occhi puntati su Gesù, perché attendono il suo commento del brano. In realtà Gesù non lo commenta, ma semplicemente legge la profezia, la conferma, l’attualizza e ricorda che quella profezia inaugura il giubileo.
La gente gli rende testimonianza. Non è chiaro come interpretare questa espressione, forse appare preferibile intenderla in senso ostile nei confronti di Gesù. Anche la meraviglia si può interpretare nell’accezione di sconvolgimento per il fatto che Gesù ha omesso la parte finale (un giorno di vendetta per il nostro Dio) del testo di Isaia.
In oggi caso appare chiaro che Gesù non calma gli animi, ma rincara la dose. Polemicamente richiama il proverbio, che esprime le attese e i sentimenti della gente, e allo stesso tempo coglie l’occasione per meglio inquadrare il proprio compito, richiamando due esempi veterotestamentari che aprivano la prospettiva di salvezza al di fuori del popolo. In altri termini Gesù accusa i propri compaesani di campanilismo e di attendere miracoli.
Ora, alla base del giubileo c’è la volontà del Signore che in mezzo alla propria gente non ci siano più bisognosi. Il giubileo prende il nome dalla parola ebraica yōbēl, che significa “capro”, perché la festività ebraica era annunciata con il suono di un corno di capro. Con il giubileo il Signore voleva evitare che qualcuno diventasse povero per sempre e per questo motivo si prevedevano la remissione dei debiti e la redistribuzione delle terre. Tuttavia, per vari motivi queste leggi erano pressoché inapplicabili e il popolo aveva escogitato alcuni stratagemmi per aggirare queste indicazioni.
Il giubileo, dunque, rimaneva come faro a indicare la giustizia di Dio, nel senso dell’amore, che si sarebbe affermata e avrebbe ridonato la vita a tutti i popoli.
Riprendendo la profezia di Isaia, Gesù dice che con lui inizia il tempo in cui ogni uomo avrebbe sperimentato l’amore di Dio per sempre e non solo ogni cinquant’anni. Proprio questa nuova concezione dell’anno giubilare, molto più vicino a tutti, non appare gradito alla gente, che preferisce intenderlo come utopia.
In altri termini Gesù fa del giubileo una caratteristica del regno di Dio, lo presenta, cioè, come il segno di un amore che raggiunge ogni uomo. Infatti, insegnando il “Padre nostro” riprende proprio il giubileo quotidiano e parla di debiti e non di peccati. Parla, cioè, di ciò che bisogna condonare, rinunciando a parte di ciò che è dovuto.
Per chi ama il Padre ogni uomo è debitore verso Dio: l’amore di Dio, infatti, non si può ripagare e Dio ci ama e allo stesso tempo ci condona il debito, ci chiede di renderci conto di essere debitori e di avere il suo stesso atteggiamento verso i propri debitori.
Ogni ritardo nella manifestazione dell’amore, nella condivisione generosa, aumenta il nostro debito verso Dio e impoverisce la comunità. Il debito che abbiamo con Dio, dunque, va onorato amando gli altri, come ha fatto Gesù, che, ricco dell’amore del Padre, ne ha fatto dono per tutti.
È dunque questo il cambiamento della vita che ci è chiesto di realizzare con il giubileo, la porta da attraversare, che consiste nel rimettere i debiti nella misura in cui l’ha fatto Gesù.