Tema: Non capite?
Canto iniziale: Perdonami
Mc 4,10-13
Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole?
Commento
Gesù ha appena finito di raccontare la parabola del seminatore e ora si ritira in privato con i Dodici. La domanda che gli fanno riguarda le parabole e il loro senso. Il termine “parabola” significa discorso enigmatico; di conseguenza parlare in parabole può sembrare in contrasto con l’intenzione di Gesù di farsi comprendere da tutti. Qui però a tema è la condizione interiore necessaria per capire le parabole e pertanto la domanda dei Dodici non è relativa al significato delle parabole, ma al perché Gesù le usi.
I Dodici sono destinatari privilegiati del mistero del Regno di Dio. Per il mondo ellenistico il termine “mistero” è ciò deve restare segreto oppure l’insieme dei riti di iniziazione. Nell’AT si riferisce ai piani segreti del re. I LXX traducono il termine ebraico “mistero” con “progetto di Dio sulla storia”. Qui mistero indica dunque il piano di Dio sul mondo, che è Gesù. Questo progetto è rivelato ai Dodici, ma è incomprensibile per coloro che sono fuori, per i pagani e gli increduli, cioè per coloro che si oppongono a Gesù e che non sono mai un gruppo fisso, ma variabile.
La citazione sembra tratta da Isaia 9,10, ma è ampiamente rielaborata dall’evangelista. Dio non vuole che il popolo non si converta, ma mette il profeta di fronte alla libertà umana, che può scegliere di rifiutarsi. Per Marco la possibilità di capire non si realizza perché il popolo osserva la predicazione di Gesù, ma è legata a un’intelligenza approfondita di quanto Gesù sta facendo e dicendo. Pertanto, a impedire la conversione non sarà tanto il significato enigmatico delle parabole quanto l’opposizione a ciò che Gesù porta, la tenacia nel non lasciare il proprio modo di vedere. Anche i Dodici non vogliono cambiare e per questo motivo non capiscono, anzi fraintendono ciò che Gesù dice e fa.
Quindi, dopo aver rassicurato i Dodici, Gesù sembra operare un capovolgimento e si rivolge anche a noi: “Anche voi non capite il piano di Dio che è Gesù? Anche voi siete impegnati nel faticoso cammino di conversione?”
La conversione è un cammino che dura tutta la vita e ci fa ritornare passo passo verso il progetto di Dio, cioè l’uomo amante che abbiamo visto in Gesù. Un cammino di conversione parte da sé stessi, ma chiede di andare oltre sé stessi e oltre i confini dell’interiorità. Il fine è sempre la speranza e la giustizia per tutti, cioè il radicarsi del Regno di Dio nella storia che stiamo vivendo. La conversione è dunque un cammino comunitario. Chi crede non aspetta che siano gli altri a convertirsi, ma vive la propria conversione costantemente e per questo motivo vedrà la realtà intorno cambiare.
Gesù dice che, se seguiamo lo scoraggiamento e le resistenze, facciamo l’esperienza di Israele, che non vede e non comprende. Il Signore propone due strade. La prima consiste nella denuncia di ciò che ci disperde. È un lavoro del cuore, che porta a ricomporre le cose rotte e recuperare ciò che conta veramente. Però, c’è un problema, perché il nostro cuore è ingannevole, si può indurire, si può anche opporre in nome della fede, può arrivare addirittura ad adorare un idolo con lo stesso linguaggio con cui si oppone a Dio. Questo modo di fare ci porta a confermarci nelle nostre idee e ostacola la conversione.