Tema: Spaesamento e speranza
Canto iniziale: Notturno
Ger 14,2-4.7-9.11-12.17-18 passim
Parola rivolta dal Signore a Geremia in occasione della siccità.
Giuda è in lutto, le sue porte languiscono,
sono a terra nello squallore; il gemito di Gerusalemme sale al cielo.
I suoi nobili mandano i servi in cerca d’acqua;
si recano ai pozzi, ma non ne trovano,
e tornano con i recipienti vuoti;
sono pieni di delusione, di confusione,
si coprono il capo
Il terreno è screpolato,
perché non cade pioggia nel paese:
gli agricoltori delusi si coprono il capo. [...]«Le nostre iniquità testimoniano contro di noi, ma tu, Signore, agisci per il tuo nome!
Molte sono le nostre infedeltà, abbiamo peccato contro di te.
O speranza d’Israele, suo salvatore nel pericolo,
perché vuoi essere come un forestiero nella terra
e come un viandante che si ferma solo una notte?
Perché vuoi essere come un uomo sbigottito,
come un forte incapace di aiutare?
Eppure tu sei in mezzo a noi, Signore, il tuo nome è invocato su di noi,
non abbandonarci!» […].Il Signore mi ha detto:
«Non pregare per questo popolo, per il suo benessere.
Anche se digiuneranno, non ascolterò la loro supplica» [...].Tu riferirai questa parola:
«I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare,
perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo,
da una ferita mortale.
Se esco in aperta campagna, ecco le vittime della spada;
se entro nella città, ecco chi muore di fame.
Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere»
Commento
Le parole di Geremia mostrano una crisi profonda, un grande vuoto, una terra desolata. Manca ciò che serve per nutrire la vita. Insieme al cibo, mancano anche relazioni giuste, la giustizia, il futuro, la pace: tutti gli ingredienti per una vita bella, buona, piena.
Il brano contiene anche il nostro grido a Dio, affinché ci mostri la salvezza. Allo stesso tempo riaffiorano delle domande nei confronti del Signore: “Dove sei? Sei in grado di liberarci da ciò che ci affligge?”
In ogni caso il Signore abita in mezzo al popolo e nell’AT è il Dio per noi, che qui dichiara di non ascoltare la supplica del popolo. Questo Dio, oggi come allora, consegna al profeta una parola che non modifica nulla di ciò accade, ma fa una sola cosa: mette a nudo la realtà e genera lo spaesamento.
Tutti abbiamo fatto esperienza di desolazione. Sono quei tempi in cui la Parola/Dio si sottrae al nostro desiderio di fare chiarezza. Questo brano ci fa incontrare con il silenzio del Padre. E così, quando siamo spaesati, dobbiamo entrare in questo silenzio, che è il dono di Dio. Come è possibile? Attraverso il suo silenzio Dio prova a educarci all’arte di stare e di patire il tempo presente. Per noi non è facile, perché viviamo il tempo come un contenitore in cui inseriamo i nostri progetti. Di conseguenza interpretiamo le crisi come interruzioni che si devono chiudere quanto prima, per riprendere ciò che facevamo.
Per il Signore, però, il tempo e la storia sono determinanti per dare senso alla nostra vita e per permetterci di vivere la fede vissuta, ci portano in quelle notti oscure in cui ci viene richiesto di stare senza disperare. Il tempo e la storia sono l’occasione in cui siamo sollecitati non a sopravvivere, ma ad attraversare ciò che accade, assumendoci la responsabilità di vivere ciò in cui crediamo.
Questi possono essere i tempi per patire le conseguenze dei nostri fallimenti, senza aggrovigliarci su noi stessi, senza sbattere di qua e di là, senza deprimerci e senza lamentarci. L’alternativa è l’operazione della verità sulla nostra storia, come condizione necessaria per l’esperienza di salvezza. L’esito è farsi carico delle colpe degli altri, smettere di denunciare gli errori e riuscire a portare reciprocamente i pesi. Così possiamo fare l’esperienza di lasciarci raggiungere dallo sguardo di Dio, perché il Signore riapre sempre i sentieri interrotti e rende feconda la nostra sterilità.