Tema: Padre mio e Padre vostro
Canto iniziale: Piccolo cantico (I strofa)
Gv 20,17-18
Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Commento
Quando una relazione è in crisi, non ha senso parlare delle cose di cui si parlava prima. Così è stato per la relazione da Dio e l’uomo dopo il peccato di Adamo ed Eva. Dopo quella separazione come avrebbe potuto Dio manifestare il dono della capacità di essere in una relazione di comunione, perché gli uomini potessero vincere la solitudine? Come avrebbe potuto sollecitare la libertà dell’uomo? Quale sarebbe stato il luogo dell’incontro?
Il dialogo iniziato nell’Eden doveva portare al riconoscimento dell’identità di Dio e di Adamo ed Eva: di Dio come Padre, dell’uomo come Figlio di Dio e degli altri come fratelli. Tuttavia, a causa del peccato, quel riconoscimento non c’è stato.
Ora, se attraversiamo tutta la storia della salvezza, ci troviamo nel giardino degli ulivi, dove incontriamo l’ultimo uomo in dialogo con il Padre. Gesù ha portato con sé tutta la storia delle relazioni fallite tra Dio e l’uomo. Nel dialogo con suo Padre si trova a fare i conti nella storia per riconoscere la propria identità. Gesù fa i conti con il silenzio totale, fa esperienza di essere stato mandato per istaurare il Regno e di non essere soccorso da parte nessuno.
Gesù cerca l’ultima parola del rapporto di amicizia tra Dio e l’uomo. Dal giardino si sposta sulla croce, dove l’uomo è nudo; ed ecco alcune delle sue ultime parole: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Sono un’invocazione al Padre, sono parole che manifestano l’identità dell’uomo crocifisso e l’identità di Dio come Padre.
L’agonia e la morte di Gesù sono la manifestazione dell’essere Figlio. Questo sacrificio cruento si trova alla fine di una serie di sacrifici non cruenti, in cui Gesù ha vissuto la disappropriazione di sé. È un’esperienza fatta nella relazione con il Padre, in cui giorno per giorno il Padre gli ha dato tutto.
Questo sacrificio non cruento ha fatto della relazione con il Padre una relazione di comunione perfetta, una relazione gioiosa, piena di meraviglia, fatta di parola, di dialogo reciproco, in cui c’è posto per lo scambio, per le domande e per l’invocazione. Per questo motivo, alla fine, sulla croce, Gesù può dire: “Tutto e compiuto!”
Quel progetto del Padre iniziato con la prima parola è stato compiuto con l’ultima, che è la vita di Gesù. Di certo Gesù soffre, ma è perseverante nell’ascolto e nell’obbedienza.
La risurrezione è l’ultima parola non solo di Gesù, ma di tutta l’umanità, che rinasce nuova grazie al sacrificio di Gesù, che dona anche lo Spirito che dà l’intelligenza del mistero, il discernimento e la forza per mettere in pratica ciò che si discernere.
Dopo questo dono l’umanità è di nuovo aperta nel dialogo con il Padre. Infatti, nell’ultimo giardino il Risorto incontra la donna, come era avvenuto nel primo giardino. Ora si passa dal pianto alla gioia: il rapporto con Dio viene riaffermato insieme a quello con i fratelli. Non c’è amore cristiano senza il rapporto con i fratelli. Non c’è posto per il pianto, per essere trattenuti, per il silenzio e per la negazione dell’identità. Ormai il rapporto tra Gesù e Maddalena è diverso. In questo giardino viene aperta la fonte della gioia che è per sempre, che consiste in una comunione circolare, che comprende tutti e contempla il sacrifico non cruento.