Tema: Beati gli operatori di pace
Canto iniziale: E io non dovrei?
Gio 4,5-11
Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città. Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino. Ma il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò. Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d’oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venire meno e chiese di morire, dicendo: «Meglio per me morire che vivere». Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!». Ma il Signore gli rispose: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?».
Commento
Il libro di Giona contiene un messaggio caro ai profeti: Dio parla al proprio popolo perché sia vivo. Il finale del libro è aperto, perché ogni persona del popolo si confronti con la domanda posta da Dio e cerchi una risposta.
Nella prima scena del libro c’è la parola del Signore che raggiunge un uomo e lo crea profeta. È un uomo posto in mezzo agli altri, con l’obiettivo di portare ciò che è nel cuore di Dio. Ciò è chiesto anche a noi: portare agli altri il punto di vista di Dio.
Giona si trova in una situazione che non avrebbe mai immaginato. L’Assiria era il regno del nemico. Eppure l’ordine di Dio non ammette esitazioni, mantenendo l’amore e la misericordia come unici criteri guida, anche nella denuncia del male.
Giona però fugge in pieno Atlantico. Allo stesso modo anche noi cerchiamo di fuggire e Dio diventa un avversario. Quando non siamo d’accordo con il Signore, prendiamo le nostre verità e fuggiamo via.
Giona ha paura di portare l’amore e la misericordia di Dio e per questo motivo passa all’angoscia e cerca anche di scomparire, di dormire, facendo come se gli altri e Dio non ci fossero più.
I marinai della barca su cui è Giona sono pagani, eppure chiamano Dio in loro aiuto. Giona confessa la propria fede in modo minimale, dichiara di essere la causa di quella burrasca e si fa buttare in mare. Anche con noi il Signore fa allo stesso modo: ci manda gli altri e noi proviamo a evitarli, finché non siamo costretti a emergere.
Dio ripete la sua parola e Giona va a Ninive, ma non è obbediente al messaggio del Signore, perché lo interpreta a modo suo e porta un annuncio differente da quello che il Signore gli aveva affidato.
A sorpresa tutti gli abitanti di Ninive si convertono. È la testimonianza che Dio perdona il peccato e la violenza. Ciò però porta Giona a una crisi profonda: è scontento della gioia di Ninive e del bene che Dio ha fatto. Il Dio che ha in mente è vendicativo e giustiziere, un Dio che non perdona.
Dio chiede direttamente conto dei suoi sentimenti a Giona, che però evita di rispondere. Il Signore gli chiede di riflettere su una situazione che è banale. Anche noi, quando ci soffermiamo sulle nostre reazioni, non vediamo più niente e nessuno.
Non c’è molto da fare quando le reazioni e i sentimenti sono sopra gli altri, la storia si chiude, perché si dimentica che Dio è amore e misericordia. La fedeltà alla verità non è vera se poniamo al primo posto le reazioni, perché non riusciamo a mettere insieme l’essere figli di Dio e l’essere fratelli.