Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Il tuo cuore non abbia paura

Canto iniziale: Sequenza allo Spirito

Gv 14,23-27

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Commento

Il brano si colloca all’interno della sezione dei “discorsi di addio”. Le parole di questi discorsi sono da intendere come parole del Signore risorto, che apre gli occhi dei discepoli sul suo essere nella storia anche dopo il ritorno al Padre.

È importante ricordare le tre domande che precedono le parole di Gesù. Quella di Pietro: “Signore, dove vai?” (Gv 13,36); quella di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove; come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5); quella di Giuda, non l’Iscariota: “Signore, com’è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22).

È questo, dunque, il contesto in cui si collocano le parole di Gesù, che sono una risposta alle domande precedenti.

Gesù ci dice che c’è un modo di affrontare la vita, che parte dalla nostra reattività, e c’è un altro modo che invece appartiene a Dio e che, senza cancellare il nostro modo naturale di rispondere, ci può rendere, come ha fatto Gesù, trasparenza del Padre.

Gesù offre una rivelazione straordinaria ieri come oggi: Dio non è più una realtà esterna, ma è dentro ogni uomo, in ognuno di noi, e il suo nome è Padre.

Se Dio dimora in noi, qual è allora il rapporto che si genera? Quello dell’essere figli, che gli somigliano. Il Padre infatti non vuole uomini devoti, ma uomini audaci.

In questa prospettiva emerge la radicale trasformazione del rapporto con Dio, che non assorbe le nostre energie, ma ci comunica le sue e ci potenzia, inserendoci nel suo progetto creatore, che consiste nel comunicare la vita a ogni uomo.

Di conseguenza Gesù non ci chiede di vivere per lui, ma ci rivela che possiamo vivere con lui e di lui, possiamo abbracciare il suo modo di stare dalla parte della vita, possiamo essere portatori della vita e dell’amore verso tutti.

Il Signore ci dice anche che noi siamo il luogo in cui si manifesta il suo amore attraverso il dono dello Spirito, che ci anima, ci guida e non coinciderà con quello che facciamo, perché non potrà mai essere posseduto e bloccato: la sua azione è tutta interiore, è il nostro maestro interiore.

Come facciamo allora a sentire lo Spirito? Agisce solo se noi accettiamo di decentrarci, se evitiamo di mettere al centro tutto ciò che ci sta a cuore, che sentiamo e riteniamo importante. Solo così e lì lo Spirito è libero di agire.

È questa l’esperienza che ha fatto Gesù e grazie alla quale ha fatto vedere il Padre. Senza questo decentramento l’inabitazione trinitaria non può avvenire in noi.

C’è di più: per decentrarsi occorre amare Gesù. Non bastano la fede, l’obbedienza e la sequela. Se manca l’amore, non possiamo riconoscere la presenza di Gesù in noi.

Con la sua morte, infatti, il Signore ci fatto vedere com’è possibile lasciare ciò che ci sta a cuore: ha lasciato persone che non avevano capito completamente il suo messaggio, ha lasciato una comunità disorientata, ha lasciato cose che aveva ancora da dire, eppure ha fatto tutto ciò senza ansia, perché ha avuto fiducia nell’azione dello Spirito, il consolatore e il difensore.

Rimane quindi una domanda: Amiamo Gesù? Siamo disposti a lasciare la presa come ha fatto lui?

Don Tonino ci dà delle indicazioni importanti per rispondere a queste domande:

“La Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. (…) Il complesso dell’ostrica. Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. (…) Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum. È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. (…) Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli.”

Canto finale: Cerco la tua voce

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