Tema: Nel mondo custodiscimi
Canto iniziale: È l’ora
Gv 17,11-19
Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
Commento
Con il v. 11 inizia la preghiera di intercessione che finirà al v. 23. Tutte le richieste che Gesù rivolge al Padre possono essere condensate in una sola: la grande speranza che la comunità dei suoi perseveri nel vivere in quell’amore che Gesù ha mostrato con la vita e che ha rivelato con la parola.
Il contesto in cui si colloca la preghiera è quello della contrapposizione tra Gesù, che ormai va verso il Padre, e i suoi, che rimangono nel mondo.
La verità di cui parla Gesù è quella della Parola ricevuta, in altri termini è Gesù stesso. Attraverso la Parola il Padre custodisce gli uomini dal maligno. Il verbo consacrare significa che i suoi saranno introdotti nella sfera di Dio e che anche per noi ci sarà la compenetrazione della natura e dell’essere di Dio in noi.
Gesù non desidera che siamo fuori dal mondo, perché il mondo è il luogo in cui l’amore di Dio può essere manifestato.
La gioia di cui parla Gesù è la sua condizione di vita, che ha manifestato nell’esperienza terrena, facendo vedere il Padre.
Rientra poi nel progetto salvifico di Dio il fatto che uno dei suoi potesse perdersi. Questo aspetto, però, non deve essere intesto nel senso della predestinazione, ma in quello della previsione, per cui l’uomo rimane completamente libero di accogliere o meno l’adesione a Cristo.
L’evangelista osserva infine che, per chi si pone dalla parte della separazione, non ci può essere spazio in Dio, che è comunione e in cui vive e opera lo spirito di amore. In questo senso l’unico parametro per misurare la nostra unità con i fratelli è quello della Trinità.
In tutto il brano rileviamo un uso accortissimo delle preposizioni: è un’attenzione dell’evangelista per esprimere come Gesù vede il nostro rapporto con lui, con l’amore, con gli altri e con la realtà.
I suoi, quindi noi, non sono del mondo, hanno cioè ricevuto la libertà che è donata da Gesù, che è quella di essere pecore nere, poter andare controcorrente all’interno di un sistema composto di relazioni di famiglia, nel sistema dei valori e nel sistema delle priorità.
Tutti questi sistemi sono ingiusti e disumanizzanti, poiché tolgono la radicalità della bellezza dell’uomo.
Gesù vuole che restiamo nelle situazioni del mondo, quelle difficili, complicate, perché solo in queste circostanze possiamo comprendere e manifestare che cos’è l’amore.
In questo momento complicato, in cui sta andando verso la morte, il Signore guarda i suoi e li vede smarriti, confusi. In effetti con la morte di Gesù per i dodici finirà l’esperienza del gruppo e Gesù vede che questo passaggio non sarà semplice. Così, di fronte al Padre, ripensa a tutto quello che ha fatto per i suoi. Tutta la sua opera ha fatto vedere come la bellezza dell’amore potesse avere la meglio sulle loro paure e fragilità.
Finora i suoi hanno cambiato prospettiva, hanno cambiato vita, hanno cambiato il modo pensare il mondo e la politica del loro tempo, di stabilire le priorità, il modo di stare insieme, i rapporti con gli altri, di scegliere.
L’inquietudine di Gesù ora è grande: chi si curerà dei suoi, dopo la morte di Gesù? Perciò chiede al Padre di custodirli. Nella preghiera Gesù osserva che i suoi sono uomini diversi e che il mondo si è accorto di questo cambiamento, nota che i suoi pensano diversamente al Padre e che le relazioni che istaurano sono diverse da quelle comuni.
Non chiede dunque al Padre di toglierli dal mondo ma di lasciarli nel mondo, senza però mai smettere di far vedere loro il volto del Padre: in questo modo il mondo potrà vedere il Padre, semplicemente guardando la loro vita.
Questa preghiera ci impegna a restare nel mondo e ci propone alcune domande: come viviamo nel mondo? Abbiamo a cuore le sorti del mondo o siamo presi solo dai nostri giri e dai nostri interessi ristretti? La nostra parola fa vedere nella nostra carne ciò che predichiamo? Santificare è opera di Dio, ma restare nel mondo con i piedi per terra è cosa nostra.
Noi siamo una cosa sola con il Padre e lo siamo nei confronti del mondo: la vita fraterna allora è quella visibilità d’amore cui tutti i cristiani con il battesimo sono chiamati.