Tema: Ho manifestato il tuo amore
Canto iniziale: È l’ora
Gv 17,6-11
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.
Commento
Gesù dice di aver manifestato il nome del Padre agli uomini, cioè di aver rivelato agli uomini la natura di Padre. In altri termini Gesù ha manifestato il progetto di salvezza del Padre che riguarda tutti gli uomini. In questo modo Gesù ha reso nota la posizione del Padre nei confronti del Figlio e ha manifestato il tipo di relazione che c’è tra il Padre e Lui. La manifestazione del Padre è dunque anche la manifestazione del Figlio, che ci introduce al mistero di Dio.
Questa rivelazione sul Padre rappresenta un salto di qualità molto grande all’interno della storia della salvezza. Il passo di Giovanni richiama direttamente la figura di Mosè, a cui Dio si era rivelato come il Dio dei padri, con il nome di “io sono colui che sono”. Questo nome, con tutte le caratteristiche presenti nei libri biblici, accompagnò sempre il popolo in tutta la sua storia. Tra l’altro Dio è sempre presentato al di là di un limite invalicabile per l’uomo.
Ora Gesù non ha manifestato un nuovo volto di Dio, ma i tratti del padre. Dio Padre, inoltre, offre la misericordia non più a un popolo ristretto ma a tutti gli uomini. Gesù d’altro canto è l’unico mediatore che ci fa conoscere Dio. Grazie a Gesù, ora Dio è universamente conoscibile da tutti: tuttavia il penetrare il mistero di Dio è possibile, come dice l’evangelista, solo per chi osserva la sua parola.
Gesù ribadisce l’idea che i discepoli, e quindi anche noi, appartengono al Padre. Essere del Padre non significa che siamo sua proprietà, ma che noi nel suo progetto di vita apparteniamo alla sua stessa realtà che è l’amore. Per Gesù apparteniamo a una stessa famiglia che si riconosce per il tipo di amore che circola tra i membri: l’amore che c’è tra Padre e Figlio è lo stesso che circola tra di noi, perché serviamo i fratelli come ha fatto lui.
Inoltre, essere figli di Dio non è dato dal nostro credo, ma da come abbiamo amato; il che implica la rottura con il mondo, cioè la libertà da tutto ciò che è puramente mondano, come la ricerca della propria sicurezza, del potere e di una vita misurata sul valore economico. In altri termini appartenere al Padre ci salva dall’andare dietro allo stile del mondo e dà al nostro cuore umano la vastità del cuore di Dio.
Se noi amiamo più o meno non dipende dal nostro carattere, dai nostri limiti, ma da quanto viviamo immersi nell’amore del Padre: è l’appartenenza al Padre e il farci somiglianti al Figlio che allarga il cuore e ci permette di stabilire relazioni di intimità e di tenerezza. L’appartenenza, ancora, dice l’interdipendenza e un’esperienza di presenza agli altri anche nella lontananza.
In questa prospettiva la vita comunitaria fraterna è l’abbraccio personale di Gesù a ognuno di noi. Non si tratta di credere ma di essere credibili, come diceva don Gallo: i discepoli hanno potuto mettersi alla scuola Gesù che si è opposto al potere e al cuore stretto della tranquillità economica.
“Occorre confrontarsi con Gesù, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda” (Papa Francesco): solo il confronto con Gesù permette di discernere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è vitale da ciò che è già morto, ciò che è reale da ciò che è solo apparenza di amore.
In questo contesto Gesù affida se stesso e i discepoli al Padre, perché sa che il Padre si occuperà di loro, come il Padre ha fatto con lui.