Tema: Mi ha resa infelice
Canto iniziale: Vuoto
Rt 1,19-22
Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: «Ma questa è Noemi!». Ella replicava: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata! Piena me n’ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?». Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo.
Commento
La festa per il raccolto dell’orzo indica che la siccità è finita e allo stesso tempo che il popolo sta attraversando una carestia interiore, perché l’orzo è il cibo dei poveri e delle bestie.
In questo contesto l’autore introduce un coro di donne che esprimono stupore per il ritorno di Noemi, manifestano un’accoglienza festosa e pensano che Noemi sia la stessa di quando era andata via.
A questo modo di fare, però, Noemi reagisce, perché ha bisogno di comunicare il dramma che ha attraversato e di mostrarsi come persona che ha affrontato una rottura interiore molto forte.
L’esperienza di Noemi può essere illuminate anche per quelle occasioni in cui attraversiamo delle strettoie e delle sofferenze: è importante prima di tutto dirsi che non siamo più quelli di prima e riconoscere ciò che in noi è cambiato, altrimenti rischiamo che il nostro volto interiore venga sfigurato e noi stessi diventiamo prigionieri di una maschera che non tiene più il passo della vita. Se abbiamo affrontato davvero le difficoltà, allora non possiamo più pensare di essere come prima.
Generalmente siamo portati a dire che noi attraversiamo le situazioni di difficoltà e sofferenza, ma in realtà, sulla scorta dell’esperienza di Noemi, possiamo dire che in queste circostanze è Dio che attraversa la nostra vita.
Noemi dice che la propria vita è cambiata, perciò cambia il vecchio nome, che significa dolcezza, con un altro che significa amarezza. A differenza di come facciamo noi, Noemi non si arrabbia con nessun altro se non con se stessa e con Dio.
La coscienza che Noemi dimostra le consente di dichiarare che nessuna circostanza può avere un potere sulla vita e che solo Dio, che in questo frangente sta sperimentando come nemico, può prendere in mano le redini della sua vita e renderla infelice.
Dio ha modificato la vita di Noemi e ha spazzato via le sue illusioni, preparando in questo modo anche la sua rinascita.
In tutto ciò, oltre alla propria libertà, Noemi salva anche la propria dignità, perché non chiede compassione ed elemosina, ma il rispetto profondo della propria storia. Noemi sa di essere una donna finita, ma tutto ciò concorre alla gloria di Dio.
Nel vuoto della vita di Noemi c’è tuttavia un piccolo seme, di cui non sembra nemmeno accorgersi: Rut viene da lontano, è straniera, sembra inutile, ma si dimostra capace di accettare Noemi fino in fondo. Rut è un seme nelle mani di Dio che accompagna Noemi senza accampare diritti, ma con la disponibilità ad amare completamente.