Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Come?

Mt 6,12

E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

Lc 15,18-19

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Commento

Ci sono dei debiti, come quelli legati all’insoddisfazione, all’infelicità e alle nostre smanie, di cui cerchiamo di sdebitarci. Per questo motivo talvolta sperperiamo i nostri beni, che possono essere interiori, relazionali e materiali. In realtà, ci troviamo più indebitati di prima. 

Questa è l’esperienza del figlio giovane della parabola, che ha sperperato il pane di casa: non è riuscito a guadagnare quanto cercava e comunque ha ottenuto solo qualcosa di effimero. Così si è trovato a fare i conti con il pane che non aveva più e in definitiva con il proprio peccato, che lo ha allontanato dal cielo e dal padre. Quello del figlio è un peccato grave e un debito grande, tuttavia ha avuto il coraggio di chiedere al padre di poter tornare a casa. 

Anche a noi capita istintivamente di pensare prima di tutto a noi stessi, dimenticando la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri. Altre volte ci capita di rimanere responsabili, ma di valutare, almeno nei pensieri, il guadagno che ci torna. 

Con il “Padre nostro” Gesù ci invita a considerare ogni giorno i nostri debiti e farne un motivo di preghiera quotidiana, chiedendo la remissione dei peccati.

Il verbo rimettere, che apre questa invocazione della preghiera, può avere tre significati:

  • rimettere a posto una cosa
  • rimettere insieme perone che si erano allontanate
  • vomitare

Tutti e tre questi significati sono accomunati dall’idea di uno spostamento. 

In altri termini potremmo esprimere la richiesta rivolta al Padre così: fammi tornare dove ero prima di contrarre questo debito; fa’ che io ritrovi l’amicizia che ho rotto con te; fammi la grazia di vergognarmi per quello che ho fatto. 

Espressa in questo modo, la richiesta ci fa meglio capire che significa riconoscersi e dichiararsi deboli e bisognosi di aiuto. Per questo motivo è necessario che ci sia una richiesta esplicita, perché il Padre possa intervenire e rimettere le cose a posto nella nostra vita.

Il figlio della parabola alla fine torna in se stesso e come lui, a un certo punto, anche ognuno di noi si rende conto del quotidiano tradimento delle promesse che fa, della rottura e del peccato commesso. E qui abbiamo a disposizione due possibilità: rompere tutto o abbassare l’orgoglio. 

Se si abbassa l’orgoglio, si apre la strada della vergogna, che può condurre alla possibilità di chiedere aiuto. Solo quando si prova vergogna e si chiede aiuto, il nostro peccato può essere rimesto. Il Padre trova proprio nella nostra vergona l’appiglio a cui agganciare la sua grazia. 

Allora il “come” dell’invocazione del “Padre nostro” non significa dunque chiedere di essere perdonati così come noi perdoneremo gli altri, ma quel “come” rappresenta la memoria dei nostri vissuti più vitali; significa che adesso per noi è un piacere donare agli altri il perdono che abbiamo ricevuto. Questo è l’atteggiamento che ci permette di capire che cosa significa essere graziati, guariti, salvati. 

In definitiva, la richiesta di essere perdonati ci apre all’esigenza di perdonare, consapevoli che ogni volta che perdoniamo, diventiamo un’epifania del Padre.

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