Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Dove posare il capo?

Canto iniziale: Kenosis (1a parte)

Mt 8,14-20

Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie.

Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Commento

Il brano si articola in quattro parti che contengono rispettivamente il miracolo, un sommario dell’attività di Gesù, la profezia che si realizza con Gesù e il dialogo sulla sua sequela.

La suocera di Pietro è ammalata e per questo motivo si trova a letto, cioè in una condizione opposta a quella di Gesù che serve: il contatto con lui cambia il modo di stare della donna, che si mette subito a servire, come Gesù.

L’evangelista sottolinea che Gesù guarisce con la mano e con la parola e con la citazione veterotestamentaria tratta dal Canto del Servo di Jahvè intende rappresentare il volto intimo di Gesù, che è ritratto come persona che accoglie in modo umile, perché tutti gli uomini possano ricevere la pienezza della vita.

Subito dopo lo scriba chiede di diventare discepolo di Gesù, il quale però gli risponde che è lui a scegliere i suoi discepoli: stare con Gesù non permette di accasarsi, ma richiedere di seguirlo nella sua vita.

Nell’esperienza di Gesù la casa diventa allora un luogo di salvezza, proprio grazie alla presenza e allo stile del Signore, che guarisce e libera malati e indemoniati e in questo modo rende la casa un luogo di vita.

Il fatto che Gesù abbia un’attenzione tutta particolare per la casa e per i legami che la costituiscono è un’eredità della sua esperienza familiare, in cui Giuseppe e Maria hanno fatto in modo che la loro casa fosse aperta e accogliente.

L’affermazione che Gesù dica che il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo è stata spesso interpretata come segno di profonda povertà, ma questa lettura è in contraddizione con la preoccupazione di Dio di dare sempre una casa agli uomini.

Diversamente l’espressione si può intendere nel senso che il Figlio dell’uomo ha casa ovunque, perché può rendere ogni luogo ricco di pace e di affidabilità: ogni luogo diventa con Gesù lo spazio in cui l’uomo può crescere e costruire la vita, libero dalle paure.

Anche l’appellativo Figlio dell’uomo è legato all’esperienza della casa e indica il forte legame che unisce Gesù alla fragilità dell’uomo. Allo stesso tempo però Gesù è consapevole della singolarità della sua posizione, dell’essere unico, in quanto Figlio di Dio.

Nell’esperienza della casa, dunque, Gesù ci rivela il mistero del fatto che può abitare in ogni uomo e che lui stesso si fa casa per ogni uomo, offrendo a tutti la speranza di una vita che rinasce sempre.

Canto finale: Kenosis (2a parte)

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