Tema: …nella città toccando e lasciandosi toccare
Canto iniziale: Sono un povero uomo
È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro! (Papa Francesco, Evangelii gaudium n. 210).
Mc 5,21-42
Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
Commento
Gesù è a Cafarnao, città che è stata sempre molto accogliente nei suoi confronti. Notiamo che i due incontri sono accomunati dalle fede dei personaggi: la donna che perdeva sangue e Giairo. Entrambi cercano la salvezza e da Gesù ottengono una guarigione.
Nei due episodi campeggiano anche due domande di Gesù (“Chi mi ha toccato?” e “Perché vi agitate e piangete?”), che sembrano ovvie, ma che in realtà mettono in discussione ciò che solo in apparenza sembra scontato.
In tutti e due gli incontri ritorna il tema del toccare e dell’essere toccati. È un’esperienza che interpella anche noi, perché, se pure siamo abituati a toccare persone e cose, tuttavia possiamo riconoscere che nella vita delle nostre città siamo restii a farci toccare. In questi due passaggi Gesù ci fa vedere quanto sia importante toccare e lasciarsi toccare in ogni luogo della città e non solo in privato. Gesù tocca le persone che gli sono vicine e in particolare quelle la cui vita è esclusa o rischia di perdersi. Le sue azioni sono dunque una provocazione per noi, perché ci invitano a cambiare il modo di guardare gli altri, a non vedere in essi solo nemici o persone anonime. Lo spazio di solidarietà e incontro che Gesù inaugura è fatto di contatto che guarisce e avvicina, al contrario del male che isola e allontana. Toccare è sempre un movimento reciproco, è assumere i desideri dell’altro, è parlare anche in silenzio, è dire e far capire che l’altro mi interessa.
Toccare dice la fede in Gesù, che con la sua potenza salva, fa rivivere e dà la pienezza della vita.
Come la donna che perdeva sangue, quando ci sentiamo svuotare, avvertiamo una ferita e vediamo la nostra vita in bilico, proprio allora possiamo cercare di toccare il Signore che salva.
Come la figlia di Giairo anche noi rischiamo di morire senza conoscere l’amore: a lei il Signore dice “alzati”.
Chi ama accompagna dal Signore coloro a cui vuole bene. Al contrario, chi non ama schiaccia e porta alla morte. La donna che perdeva sangue non accetta di perdere la vita, non accetta di essere esclusa e cerca Gesù, vede oltre l’uomo che ha davanti ai suoi occhi, scorge la fonte della sua salvezza. Così crede in Gesù, nella salvezza che può venire da lui e crede in se stessa, nelle proprie possibilità.
Il suo desiderio si traduce in azioni e lei, che non poteva essere toccata, arriva a toccare, a guardare e parlare con Gesù e a tornare in questo modo nella vita della comunità. Una volta liberata, quella donna diviene figlia del Padre, così come la chiama Gesù. In questi due incontri Gesù dimostra una fedeltà incondizionata per le vicende di ogni uomo e sa di essere il volto, la voce e la forza della misericordia del Padre. In lui anche noi siamo figli e anche noi siamo chiamati a essere volto, voce e forza della misericordia del Padre