Siamo una Comunità di laici e vogliamo vivere con il Signore della Vita. In questo tempo. Abitando la città dell'uomo.
La fraternità palpabile, la compagnia col Signore e la missione verso i piccoli ritmano le nostre giornate di uomini e donne che lavorano, sperano, soffrono, partecipano all' elaborazione di una cultura capace di riconoscere la dignità di ogni uomo e di promuoverla.

Tema: Per loro non c’era posto

Canto iniziale: Kenosis (I strofa e ritornello)

Lc 2,4-7

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Commento

Dal racconto dell’evangelista possiamo dedurre che Giuseppe e Maria fossero a Betlemme già da un po’ di tempo a causa del censimento; difficile pensare, infatti, che Giuseppe potesse mettere a rischio la vita della moglie e del bambino con un viaggio di oltre 150 chilometri.

Betlemme era un villaggio piccolo e non aveva alberghi, ma non è improbabile che Giuseppe avesse ancora nel villaggio dei parenti. È quindi plausibile che qualcuno gli abbia offerto un alloggio. Eppure l’evangelista dice che non c’era posto per loro…

Ci può essere utile sapere com’erano le case del tempo. Quelle di Betlemme erano addossate alla parete rocciosa. Nella prima stanza, che era la casa vera e propria, viveva tutta la famiglia; poi c’era un’altra stanza utilizzata come deposito oppure riservata per gli ospiti o per le partorienti, che in genere rimanevano in quella stanza per 40 giorni, se davano alla luce un maschio, 80 giorni, se a nascere era una femmina. Infine dietro questa stanza c’era una grotta o una stalla dove erano ricoverati gli animali più preziosi.

Il termine utilizzato dall’evangelista per indicare il luogo in cui vengono ospitati Giuseppe e Maria non è quello della stanza degli ospiti e delle partorienti, ma quello della grotta. Giuseppe e Maria sono dunque degli ospiti di scarto: la stalla non è un posto sicuro e pulito per accogliere una partoriente.

Anche oggi nel nostro mondo non c’è posto per gli immigrati, per i poveri, per gli umili e per chi non ha reddito. Il sistema capitalistico in cui viviamo non viene messo minimamente in discussione, anzi si consolida e si conferma nella misura in cui produce scarti. Proprio la creazione di questi scarti è il problema più grosso del capitalismo, che allo stesso tempo però, si preoccupa costantemente di nasconderli.

«Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti» (papa Francesco).

Viviamo in un sistema che non sostiene la vita, anzi la tratta con ipocrisia. Oggi non c’è dunque posto nel cuore dell’uomo, che invece è pronto ad accogliere chi la pensa allo stesso modo e chi ha la stessa sensibilità oppure ciò che piace, ciò che è conviene e ciò che accontenta.

Natale è la festa della vita e mette in discussione proprio le regole del mondo capitalistico. Per fare questo, però, non possiamo limitarci a soccorrere le vittime, come ha fatto il samaritano, ma siamo chiamati a partire dai segni che hanno offerto i profeti preannunciando la nascita di Gesù: un bambino, un virgulto, il Dio con noi, il resto fedele di Israele. Questi segni spazzano via l’idea che per far saltare il sistema bisogna essere in molti. Papa Francesco ci ricorda che è fondamentale che il sale e il lievito non si snaturino. In altre parole si tratta di tenere vivo il principio attivo della fratellanza e della condivisione. Fino a qualche decennio fa, infatti, l’unico modo per tenere in vita il lievito madre era quello di condividerlo e donarselo reciprocamente, moltiplicando in questo modo il pane.

La strada che il Signore ci indica è quella della reciprocità, della comunione e della fratellanza: non si tratta solo di dividere, ma anche di moltiplicare i beni. Fratellanza non può significare dare solo una parte, ma abbracciare per intero la vita dell’altro: appena nato, Gesù è posto in una mangiatoia e diventa un dono agli occhi di tutti.

Canto finale: Kenosis (II strofa e ritornello)

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